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A tutto Hernanes: "Lazio, Inter, Juve, fede. Ora aspetto una chiamata dall'Italia"

ESCLUSIVA - A tutto Hernanes: "Lazio, Inter, Juve, fede. Ora aspetto una chiamata dall'Italia"TUTTOmercatoWEB.com
© foto di Matteo Gribaudi/Image Sport
mercoledì 5 gennaio 2022, 10:30Esclusive
di Daniele Najjar

La passione per il calcio, l'estasi del periodo laziale, le difficoltà dell'Inter di Thohir e le vittorie alla Juventus. Hernanes si racconta in un'intervista che ci ha rilasciato telefonicamente, raccontando qual è stato il filo conduttore che ha legato il tutto: la fede. Rappresentata proprio dal soprannome che lo ha accompagnato nel corso della sua carriera, ovvero quello di "Profeta".

A proposito di carriera, da pochi giorni il contratto del brasiliano con lo Sport Recife è  terminato e ci ha svelato quali sono i suoi piani per il futuro, che potrebbe riguardare proprio i club italiani.

Hernanes, ha già deciso se rinnovare con lo Sport Recife?

"Proprio fra lunedì e ieri ho parlato con allenatore e dirigenza dello Sport Recife. Siamo arrivati ad una decisione: per motivi di famiglia, per stare vicino ai miei figli, resto qui in Italia. Anche se non ho nessuna squadra qui. Ho bisogno di rimanere vicino a loro. E' dispiaciuto sia a me che al club, entrambi volevamo continuare. Ma la priorità in questo momento è questa, visto che da 5 anni sono in giro per il mondo per giocare".

E se dovesse arrivare l'interesse di qualche club italiano, sempre che non sia già arrivato?

"Per un mese, un mese e mezzo starò proprio con i miei figli e basta. Poi sì, accetterei un'offerta dall'Italia se qualcuno me lo proponesse. Ancora no, nessuno si è fatto avanti, ma solo perché nessuno lo sapeva, stavo ancora decidendo. Da adesso in poi, se dovesse arrivare qualche proposta, la ascolterò. Sarebbe bello".

Che ricordi ha di quando per la prima volta è venuto in Italia, alla Lazio?

"I ricordi sono tanti. Praticamente ricordo tutto: la prima intervista, la prima amichevole, la prima in campionato, il primo gol. Poi i Derby, i gol contro la Roma, la Coppa Italia. E ancora: i tifosi, non mi aspettavo di trovare una passione tale, una passione simile a quella che hanno in Brasile per il calcio. Ma non solo la Lazio: ricordo l'Inter, la Juventus... l'Italia è casa mia, è rimasta nel mio cuore".

Cosa è scattato nella sua testa a Roma? E' diventato subito il leader della squadra.

"Ti dirò, nulla di speciale. A me piaceva giocare a calcio, lo facevo per passione, per amore. Quando arrivai in Italia, trovai la passione dei tifosi per il calcio. Poi vidi che già mi conoscevano, mi chiamavano 'Profeta'. E faceva caldo a Roma. Tutte queste cose insieme mi hanno fatto sentire a casa anche se ero così lontano".

E' stato uno dei primi acquisti di Thohir all'Inter. Erano anni di transizione: cosa non funzionava in quel periodo?

"Non direi che qualcosa non funzionasse in particolare. Semplicemente la società era appena stata acquistata da un nuovo proprietario, aveva bisogno di tempo per sistemarsi. La squadra poi arrivava da un lungo ciclo di vittorie. Tutto nella vita è ciclico, allo stesso modo le squadre di calcio. Ci vuole del tempo per assestare le cose. C'era un grosso cambiamento in atto nella guida della società".

Com'era per lei giocare a San Siro? Ha mai pesato per voi il fatto che ci si aspettasse sempre una vittoria?

"Era sempre e solo un piacere. Uno degli stadi più belli dove avessi giocato, era sempre un'emozione entrarci, una bella esperienza. Ero abituato anche in Brasile a giocare per vincere. Ma non per lo stadio, per i tifosi. Per arrivare a quei livelli lì è necessario che la pressione arrivi da dentro noi stessi: solo con una tale pressione di voler vincere si poteva arrivare. Il voler fare cose speciali in campo. Lo stadio ed i tifosi erano un piacere e basta".

In nerazzurro è passato da Mazzarri a Mancini: cosa distingueva i due tecnici?

"Innanzitutto il modulo di gioco, direi. Mazzarri giocava con la difesa a 3, era più tradizionalista  un vero italiano molto legato alla tradizione. Mancini invece direi più internazionale, nella richiesta alla squadra e nel modo di farci giocare".

Nel passare alla Juventus, quali differenze ha trovato?

"La principale differenza è legato a quanto dicevo prima: alla Juventus c'era già un ambiente stabile come società, e molto tradizionale. Bisognava pedalare, avere rispetto rigoroso delle regole e per i dettagli. Funzionava già tutto, non c'era spazio per disequilibri. L'Inter in quella fase non aveva ancora tutto questo per i motivi che spiegavo".

Come vede oggi le sue tre ex squadre italiane?

"La vita è così, fatta di alti e bassi, avanti e indietro. In un momento sei al top, poi sei a terra. Vogliamo sempre essere sopra, ma è impossibile, la terra gira. Ora fa freddo, è così: ci sono le stagioni, i cicli. La Juventus è stata per 10 anni al top. Un ciclo lungo. Ma l'Inter si è ripresa, si è riorganizzata, ha trovato il suo equilibrio ed ora è avanti. Con Allegri i bianconeri si riprenderanno, fa parte del calcio e della vita. Della Lazio mi fa piacere vedere che è sempre messa bene, a lottare per posti in alto. E' normale che qualche anno possa trovare qualche difficoltà in più".

Con quale allenatore si è divertito di più in carriera?

"Con nessuno. Risposta inaspettata venendo da un brasiliano: io non mi sono mai divertito nel calcio. Mi spiego: l'ho preso molto sul serio, forse un approccio sbagliato, ma sono fatto così. Il calcio è il mio lavoro, il mio mestiere, volevo sempre imparare qualcosa. Non è che stessi lì a divertirmi. Ho sempre fatto sacrifici, lavorato per raggiungere gli obiettivi. Ho sempre dato tutto per questo. Poi ho avuto momenti divertenti, quando segni, vinci, ma sono pochi istanti, giorni. Il più grande allenatore sono stato io stesso, per come ho cercato di imparare dai tecnici e come ho cercato di migliorarmi sempre".

Il giocatore più forte con il quale ha giocato fino ad ora?

"Sicuramente Neymar e Ronaldinho".

Le piace il soprannome Profeta? 

"Mi piace, sì. All'inizio non era così. Poi ho sviluppato come uomo questa vena filosofica, del riflettere, pensare. Oggi mi considero proprio un Profeta, ma nel senso che ho un messaggio. Quindi ora mi piace molto. Non è un soprannome che non c'entra niente con me, al contrario: c'entra molto. Credo che sia perfetto. Fra l'altro ti svelo un aneddoto".

Prego.

"Dal 23 dicembre sono rientrato in Italia ed alloggio proprio in un paese che si chiama Ca' del Profeta, in Piemonte. Dove produco anche del vino. Questo soprannome è diventato un marchio, mi ci identifico".

Quanto è importante la fede in Dio per lei?

"La cosa più importante, al di sopra di tutto. Tutti hanno una fede, tutti credono in qualcosa. La fede per me non è una cosa mistica, ma una cosa pensata che ti porta ad essere una persona migliore, con delle prospettive ed una visione che ti possano aiutare a passare i momenti brutti, con questa forza che viene da dentro. Per me è stata da sempre il punto di riferimento. Molti non lo capiscono, ma per me la fede deve avere una logica, bisogna studiare, imparare, conoscere. Non deve arrivare dai detti popolari, non è una cosa che si impara da bambini e si segue senza saperne il motivo. Come vedi parlerei di fede 24 ore al giorno, perché l'ho provata sulla mia pelle e ne sono convinto".