Marotta: "Nuovo stadio pronto entro il 2030, investimento da 1,6 miliardi di euro"
Lunga intervista a DAZN per Giuseppe Marotta, nella quale il presidente nerazzurro ripercorre la tappe della sua carriera volgendo poi lo sguardo alle ambizioni future: "All'inizio della mia vita professionale avevo due strade da intraprendere, o quella del giornalismo o quella del dirigente ed entrambe erano la mia passione. Ho deciso di prendere la seconda e sono molto felice. Mi ero già appassionato da ragazzino alle dinamiche del campo e dello spogliatoio, mi sembrava quella più consona".
Immagina già il nuovo San Siro?
"Sì. Finalmente siamo riusciti ad aprire il varco, ad aprire una strada che ci porterà lontano. Sarà piena di tortuosità, non è facile agire in Italia, dove la burocrazia è molto ostruzionistica. Abbiamo intrapreso questa nuova era con entusiasmo, avremo una nuova casa. È stato molto difficile acquistare San Siro, ma grazie alla tenacia di Ralph e Scaroni siamo arrivati al rogito. Sarà un impianto molto moderno, che risponde soprattutto all'esigenze di sicurezza, di comodità, di accoglienza, di ospitalità e di tutto un insieme di valori".
Avete guardato altri stadi in giro per l'Europa?
"Dal punto di vista progettuale non mi voglio addentrare perché siamo nella fase in cui si sta ragionando. Ci sarà una presentazione vera e propria, con le caratteristiche che la identificano. Il progetto è stato affidato a Foster e Manica, due icone dell'architettura sportiva, che interpreteranno le linee guida delle due proprietà. Posso solo dire che il manto erboso non sarà retrattile come quello del Bernabeu, ma la tecnologia moderna fa sì che si possa cambiare in un giorno".
Perché in Italia è così complicato avere strutture funzionali?
"Perché dal punto di vista politico non c'è stata una presa di posizione che mirava a sviluppare questa parte dello sport nazionale. Oggi grazie alla presenza di un Ministero dello Sport e un Ministro come Abodi c'è disponibilità e la dimostrazione è nell'aver nominato un commissario ad hoc per gli stadi. Si comincia a capire quanto le strutture possano incidere non solo nell'ambito sociale, ma anche nell'economia stessa dei singoli club e dello sport in generale. Le difficoltà nascono dal fatto che alcune strutture dovrebbero essere considerate di chiaro interesse nazionale e quindi, accanto al Ministero dello Sport, ci dovrebbe essere il Ministero delle Infrastrutture, ovvero quello di Matteo Salvini. Quando parliamo di San Siro e di investimento di circa 1,6 miliardi di euro, è evidente ch che sia rilevante nell'economia del Paese. Questo potrebbe permettere di superare certi scogli di procedure lente che trovano facilmente opposizione nell'ambito locale".
Da quando è all'Inter quale serata l'ha fatta più emozionare?
"Ho avuto la possibilità di viverlo fin da piccolo. Rappresenta un'icona strutturale di Milano, ma anche un contenitore di grandi emozioni. Il valore della memoria è uno dei più importanti dell'essere umano e dobbiamo salvaguardarlo. Ho visto la finale di Champions nel maggio del '65 e quello fu il mio impatto con lo stadio, non si può dimenticare. Ricordo un terreno molto allentato, una giornata piovosa e un gol fortunoso. Non posso dimenticarli e lo stesso vale per altri più recenti da dirigente nerazzurro, come il derby della seconda stella nell'aprile 2024 con il 2-1 in casa del Milan o il successo contro l'Udinese nella gestione Conte che ci ha permesso di festeggiare lo Scudetto".
Un nuovo San Siro presuppone una nuova era per Inter e Milan?
"Sicuramente sì. C'è stato un periodo di stallo in Italia che ci ha portato a essere fanalino di coda nelle strutture. In Europa sono stati creati o ristrutturati 250 stadio negli ultimi 20 anni, tra ra questi solo 6 in Italia. Non abbiamo considerato il cuore essenziale di ogni club, deve essere la casa dei tifosi, delle società, dei giocatori. Rappresenta anche un asset patrimoniale di grande rilevanza, , che porta ad aumentare i ricavi. Siamo fanalino di coda, noi ricaviamo 80 milioni di euro, il Milan uguale… Il Real Madrid e il Barcellona arrivano tra i 250 e i 300 milioni, i Blancos hanno l'obiettivo di superare i 500 milioni. Noi pensiamo di più che raddoppiare gli introiti derivanti dal matchday e da tutte le attività che vengono svolte durante la settimana".
Anche il mercato potrà essere come quello del Real Madrid?
"Siamo in grande involuzione. All'inizio degli anni 2000 il player trading lo conoscevamo solo per attrarre giocatori importanti, mentre oggi le plusvalenze sono voci rilevanti nei bilanci. Il calciomercato in Italia ora non può che portare operazioni che portano a pareggi di bilancio. Tranne il Como e la Fiorentina, il resto si sono abbastanza contenuti nelle spese. Si dovrà essere lungimiranti, spazio alla fantasia, alla creatività e alla competenza dei manager più che ai finanziamenti dei soci".
A cosa è dovuta la differenza rispetto all'Inghilterra?
"Prendendo ad esempio San Siro, per i tifosi le prime difficoltà nascono nel trovare parcheggio, nell'arrivare con facilità e nel vivere i 90-100 minuti delle partite in termini di hospitality, intendo per avere una birra, un panino… Non c'è grande disponibilità, la struttura non lo permette. Abbiamo anche dei bagni obsoleti, non rispondono agli standard minimi di accoglienza e sicurezza. Questo non stimola il venire con le famiglie e i bambini. Ci saranno spazi per loro nel nuovo impianto, che potranno vedere il match da un'angolazione diversa, semplicemente con un aspetto ludico, avendo pure i comfort minimi che un ragazzino deve avere".
Ha a casa un cimelio di San Siro che si terrà in futuro?
"Non sono un grande conservatore di queste cose. Avendo però un vissuto abbastanza lungo e vincente, alcuni ricordi si sono concretizzati in qualcosa di tangibile che mi rimane in casa o soprattutto in ufficio. Ho preso una zolletta del campo dopo Inter-Udinese, partita che ha suggellato la vittoria del mio primo Scudetto qui. Non avrei immaginato di conquistare così facilmente e velocemente un titolo, vincendone poi altri, facendo finali di Champions…".
Dipende anche dalle strutture il fatto che non crescono più talenti come Yamal in Italia?
"Sicuramente sì. Quando abbiamo fatto un'analisi oggettiva degli stadi europei, non abbiamo parlato dei piccoli centri di allenamento. Oggi in Italia mancano. Noi abbiamo due strutture che erano obsolete, ma, grazie alla lungimiranza di Oaktree, che su nostra esigenza ha deciso di investire 100 milioni di euro,, abbiamo acquistato nuovi terreni. Le strutture sono parte importanti per la crescita di talento. Se giochi in un campo di patate difficilmente riesci ad accettare dei consigli del tuo allenatore".
Quando potremo vedere giocatori usciti dall'Under 23 in prima squadra all'Inter?
"Io, insieme a Cherubini, ho fatto parte della classe dirigenziale che ha dato vita all'U23 a Torino. Qua l'avevamo bloccata perché non ne avevamo le possibilità, ma Oaktree ha avuto una presa di posizione lungimirante e ha stanziato una cifra importante per far diventare il progetto una realtà. L'obiettivo è quello nel giro di uno o due anni creare i presupposti per far allenare l'Under 23 ad Appiano Gentile con la prima squadra. Cocchi ha esordito anche in Champions, Chivu è molto attento, quindi si può dire che l'U23 è uno strumento propedeutico alla valorizzazione dei talenti".
Si immagina una presenza massiccia di Under 23 quando verrà inaugurato il nuovo stadio?
"Il modello di riferimento nostro è portare una squadra che sia composta da un'età media più bassa di quella di oggi. Saremmo molto felici di valorizzare i nostri talenti. Penso che noi siamo gli unici ad avere un allenatore proveniente dal settore giovanile come Chivu in Serie A. È un'ulteriore dimostrazione di competenze e coraggio dal management".
Chelsea e Arsenal sono modelli di riferimento per i giovani?
"I Blues lo hanno modificato da poco, l'Arsenal lo faceva da tempo. I Gunners a un certo punto hanno dirottato i soldi sullo stadio nuovo e non sul mercato e ce l'hanno fatta. Il fatto di avere questa predisposizione verso i giovani sia un concetto di grande sostenibilità che tutti i club italiani sono costretti e devono avere".
Com'è lavorare con una proprietà straniera?
"È una realtà. Da uomo di sport dico menomale… Milano ha dovuto ricorrere a questo per continuare la storia di due club gloriosi come Inter e Milan. Non dobbiamo pensare di avere più a che fare con mecenati cenati, ma immaginarci fondi di investimento che, non solo si appassionano dal punto di vista sportivo, ma applicano criteri di modernità, di sostenibilità e di investimenti atti a valorizzare maggiormente quello che è il meglio della società. Oaktree è molto lungimirante, sta facendo investimenti importanti e questo va a beneficio del calcio milanese e del calcio nazionale".
Quanto è complicato riuscire a essere competitivi e sostenibili?
"Il mio modello è semplicissimo, ma purtroppo spesso non viene attuato perché si pensa che tutto sia facile nel calcio. Allodi diceva che l'unico mondo in cui un uomo può diventare architetto il giorno dopo è quello del pallone. Ma non è così, ci vuole molta competenza. Non si può avere successo se non si affida a manager competenti. Noi andiamo alla ricerca dell'eccellenza. Siamo all'avanguardia, dobbiamo esserlo per raggiungere risultati. Nell'area psicologica-medica abbiamo fatto un accordo con il professor Ceccarelli, che segue un campione come Sinner. L'innovazione va di pari passo con la sostenibilità e non necessariamente con il fatto di dire che ci vogliono i soldi per vincere. Non è una legge scritta, la competenza è il primo valore che le proprietà di calcio devono rispettare".
Ha notato un cambiamento nei calciatori?
"Oggi c'è una maggiore emancipazione da parte dei soggetti. Non che siano più intelligenti di prima, ma sono più coinvolti nel momento in cui il calcio ha assunto un modello e una dimensione diversa. Oggi l'aspetto mentale è molto importante, anche dal punto di vista della motivazione. Approcciare a un avvenimento sportivo con la mente che agisce in modo totalitario in conseguenza dell'obiettivo che tu hai porta al fatto che il risultato sia più facile da raggiungere. La mente non può essere letta e interpretata facilmente, ma rappresenta una grandissima percentuale nel successo e nell'insuccesso".
Quanto hanno influito i social?
"Noi lo stiamo ancora subendo e non abbiamo ancora capito quali sono i vantaggi e gli svantaggi. Lo sottovalutiamo perché è esploso rapidamente e non riusciamo a demarcare i limiti e leggerne i contenuti. Non sono social, ma guardo e non lo sono per una forma di difesa, perché si rischia di diventare simpatici a una parte dei tuoi tifosi e antipatici a quelle rivali. Di educativo ci trovi poco, è un monito anche per i nostri ragazzi, per i miei figli. Sui social si può migliorare, ma si impara poco, c'è una parte nebulosa. Non c'è una tutela delle persone, i leoni da tastiera imperversano e anche noi nel nostro caso cerchiamo di difenderci. Non è facile intervenire, ma fa parte del processo evolutivo, dobbiamo abituarci a convivere con queste cose".
Lavorate anche con i giovani in questo senso?
"Non dobbiamo dimenticarci che siamo responsabili della crescita di centinaia di bambini e bambine. Subentra un atto di coscienza, che è una missione: vogliamo creare uomini e donne del domani. La selezione è molto rigida, chi non arriverà al professionismo deve essere considerata una componente che entra nella società. Dobbiamo indirizzarli, è un mio obiettivo immaginare il futuro di chi fa parte del settore giovanile e non diventerà calciatore. Dobbiamo assolvere questa responsabilità, che è importante come vincere trofei".
Ha un aneddoto da raccontare relativo al giorno in cui è diventato presidente dell'Inter?
"La fortuna non è tutto nella vita, ma io ho fatto della mia passione il mio lavoro e mi ritengo fortunato. Mi sento più che realizzato, è come toccare il cielo con un dito, è il massimo dell'aspirazione che un giovane può avere, ma l'ho fatto con umiltà. Mi sono confrontato con Oaktree, mi hanno dimostrato fiducia e questo mi ha reso orgoglioso. Ho intrapreso questa nuova figura con molti stimoli, umiltà, passione, cultura del lavoro. Non è cambiata la mia vita, anche prima avevo un ruolo apicale. Fa effetto, non è una cosa da poco, ma sono contento di aver conservato tutti quei valori che mi hanno portato a essere un dirigente".
A chi ha scritto il primo messaggio dopo essere diventato presidente?
"Ho avuto un flash di tutti i presidenti che ho avuto in quasi 50 anni che faccio questo lavoro. Ho iniziato ragazzino, ma ho sempre colto qualcosa da ognuno di loro. Queste cose sono il mio patrimonio interiore, un tesoro che ho dentro, che mi hanno portato ad avere esperienza. Ai giovani manca questo valore, che è molto, molto importante per arrivare a sentirsi sicuri e avere un ruolo in qualsiasi cosa che uno fa. Io ho avuto modelli diversi di presidenti, passando da Zamparini a Agnelli, Garrone…".
Qual è il colpo di mercato che l'ha soddisfatta di più?
"Quello storico porta il nome di Pogba. Noi lo abbiamo, grazie allo staff che avevo alla Juventus, a zero dal Manchester United e glielo abbiamo casualmente rivenduto dopo 2-3 anni a 115 milioni di euro. Sì, il loro management è cambiato, ma per me è una cosa unica e non ripetibile. Lo abbiamo preso grazie alla furbizia e alla diplomazia di Mino Raiola, che era uno dei più bravi agenti che c'era. Ci ha facilitato questa acquisizione, la abbiamo condotta in team ed è stata apparentemente facile. Mi ricordo di aver ceduto ai Red Devils anche Taibi dal Venezia… Denuncio la perdita di personaggi come Ferguson, che a quei tempi era il tecnico degli inglesi e che ho avuto modo di conoscere molto bene".
Lei è scaramantico?
"No, non lo sono. Prima si diceva che fosse meglio vendere un giocatore a cena perché c'era un clima più sobrio. Magari bevevano un bicchiere di vino in più (ride, ndr)".
Volete arrivare all'Europeo 2032 con il nuovo stadio aperto?
"Sì, noi vogliamo averlo per il 2030. Spero che ci si possa arrivare. Non dico sia un sogno, ma il percorso burocratico è tortuoso, spero che ci si arrivi. D'altro canto ritengo che l'Italia calcistica non possa fare a meno di essere rappresentata da Milano. Devono esserci tutti gli sforzi da parte della politica nazionale affinché si avveri questa cosa e si giochino, non dico la finale, ma partite importanti nel nuovo stadio. Non si può dimenticare e immaginare che Milano non sia rappresentativa del contesto calcistico nazionale".
La speranza è anche quella di vedere l'Italia protagonista?
"La speranza è quella di qualificarci per il Mondiale. Da italiano e appassionato di calcio spero veramente che ci si possa arrivare, ci sono dei ragazzini che non hanno mai visto l'Italia al Mondiale. Per una nazione come la nostra è un aspetto negativo che deve far riflettere, ma non c'è il tempo per analizzare i motivi di questa involuzione".
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