Stankovic: "Chivu mi conosce da bambino, ha le idee chiare"
Aleksandar Stankovic ha concesso una lunga intervista a Football360 nel periodo in cui l'Inter era nel ritiro australiano. Queste le parole del centrocampista serbo.
Com’è stato viaggiare dall’altra parte del mondo e poi affrontare un avversario familiare come il Milan?
«È stato sicuramente strano, ma appena scendi in campo non pensi più a dove ti trovi. Ti concentri sulla partita e su quello che devi fare. È stato davvero bello: lo stadio era enorme, il campo perfetto e l’atmosfera incredibile. Sono molto grato a tutte le persone che sono venute a sostenerci».
Personalmente, hai iniziato la tua carriera a Milano, poi hai trascorso un paio di stagioni all’estero. Com’è stato tornare in squadra, ma non essere in Italia per iniziare la stagione?
«Ho iniziato la preparazione a Milano ed è stata un’emozione incredibile. Il motivo per cui ho cominciato a giocare a calcio era proprio il sogno di giocare per l’Inter. Per me è qualcosa di speciale. Quando si tratta dell’Inter, non importa dove siamo: andrei ovunque».
Parliamo un po’ di tuo padre, una leggenda del club, quindi sei cresciuto in mezzo alla squadra. Puoi raccontarci un po’ com’è stata quell’esperienza da bambino, crescendo proprio in mezzo a tutto questo?
«Sono cresciuto con la maglia dell’Inter addosso, letteralmente da quando sono nato. Da bambino era incredibile vivere San Siro, vedere l’Inter e i suoi tifosi. Quando sei piccolo non capisci fino in fondo chi sia tuo padre, poi crescendo inizi a comprendere cosa rappresenti per il club e per i tifosi. Sono davvero felice e orgoglioso di essere nato interista e sarò sempre grato a mio padre».
Immagino che crescendo, hai sempre saputo che avresti seguito le orme di tuo padre giocando a calcio?
«A dire la verità, credo di non aver avuto molta scelta. Mio padre giocava a calcio e anche i miei due fratelli hanno seguito questa strada. Diciamo che per me era quasi inevitabile».
Ovviamente hai iniziato a giocare con l’Inter, ma poi sei andato in Svizzera e poi a Bruges. Puoi parlarci un po’ di com’è stato lasciare il club per cui volevi giocare, per fare quell’esperienza di gioco così importante?
«Non è stato semplice. Lasciare casa, la famiglia, gli amici e soprattutto il club che ami è stato difficile. Però sapevo che lo stavo facendo anche con l’obiettivo di tornare all’Inter. All’inizio è stata dura, poi quando è iniziata la stagione ho capito il motivo di quella scelta. A Lucerna ho trovato persone fantastiche, mi hanno aiutato molto e anche i tifosi sono stati incredibili. Abbiamo vissuto una stagione molto bella. Poi è arrivata l’esperienza in Belgio e adesso sono nuovamente qui».
Puoi parlarci della tua esperienza in Belgio? Il Club Brugge è un club che si vanta di dare spazio ai giovani e di promuoverli attraverso la sua accademia. Perché hai pensato che fosse la scelta perfetta per fare il salto di qualità?
«Credo che per un giovane il Club Brugge sia uno dei migliori posti possibili per crescere. Le opportunità che offre sono davvero tante e hai tutto quello che serve per diventare un calciatore di alto livello. Per me è stato il passo giusto. Mi hanno aiutato sia dentro che fuori dal campo e hanno avuto un ruolo importante nella mia crescita. Ho cambiato il mio modo di giocare, di pensare e anche di lavorare».
L’Inter ha poi attivato l’opzione di riacquisto per riportarti indietro. Quando hai saputo che erano interessati a riportarti indietro e come ti sei sentito?
«Sapevo che c’erano delle discussioni sull’opzione di riacquisto, ma non prestavo troppa attenzione alle voci. Quando lavoro, preferisco concentrarmi sul presente e non pensare troppo a quello che potrebbe succedere. In quel momento eravamo impegnati nella lotta per il titolo e in Champions League, quindi ero totalmente concentrato sul campo. Quando la stagione è finita, ovviamente, ho iniziato a pensare alla possibilità di tornare e sapere che l’Inter mi voleva nuovamente a casa è stato bellissimo».
Ripensando a quelle esperienze in Svizzera e Belgio, ti senti grato perché ti hanno reso un giocatore migliore?
«Assolutamente sì. Rifarei questo percorso un milione di volte. È stato difficile, ma allo stesso tempo è stata l’esperienza di cui avevo bisogno. Molti giovani rimangono in Italia e vanno a giocare nelle categorie inferiori, mentre io ho avuto la possibilità di vivere esperienze all’estero. Non avevo paura di uscire dalla mia zona di comfort e mettermi alla prova. Penso che sia stata una scelta che mi ha fatto crescere molto».
Come ti senti come giocatore, sia dentro che fuori dal campo, da quando te ne sei andato e poi sei tornato?
«Sono cresciuto molto. Quando vai via a 17 o 18 anni inizi praticamente a vivere da adulto: vivi da solo, hai nuove responsabilità e condividi lo spogliatoio con giocatori più grandi ed esperti. Tutto questo mi ha aiutato a maturare. Il Club Brugge, soprattutto, ha cambiato il mio approccio al calcio e alla vita professionale. Quando sono arrivato lì mi hanno dato nuove responsabilità e mi hanno fatto vedere un modo diverso di vivere questo lavoro».
Negli ultimi giorni sembra che ci sia stato un certo interesse nei tuoi confronti da parte di altre squadre in giro per il mondo, ma l’allenatore ha detto che fai parte dei suoi piani per questa stagione: puoi parlarci un po’ del ruolo che pensi ti voglia affidare?
«Chivu mi conosce da quando ero bambino. Ha giocato con mio padre e poi abbiamo lavorato insieme in Primavera qualche anno fa, vivendo due stagioni molto importanti. Ora ci siamo ritrovati e credo che mi conosca molto bene. Sa quali sono le mie caratteristiche, conosce il mio modo di giocare e sono sicuro che abbia già le sue idee sul ruolo che potrò avere».
Quali sono i tuoi obiettivi per questa stagione? Alla fine della stagione, quale sarebbe la stagione perfetta per Aleksandar?
«Vincere il più possibile con l’Inter».

