L’Italia tifa contro, ma ci si può fidare dell’Inter?

L’Italia tifa contro, ma ci si può fidare dell’Inter?TUTTOmercatoWEB.com
Oggi alle 00:00Editoriale
di Lapo De Carlo

Sarebbe interessante accedere nei corridoi della Pinetina e ascoltare le conversazioni tra giocatori, entrare nella loro testa e capire cosa pensano.
Negli ultimi sette anni abbiamo imparato a conoscere bene un gruppo rimasto più o meno simile nelle componenti e identico nella filosofia.
Gli indizi portano a più conclusione. Scelgo quello di una squadra che, nel momento che conta, è più predisposta ad avere paura di perdere che voglia di vincere.
Troppe sconfitte simili, troppi errori uguali, troppe distrazioni o assenza di lucidità, troppe partite andate allo stesso modo, con una buona dose di sfortuna, imprecisione e assenza di lucidità.

C’è davvero bisogno che la società si stringa intorno a Chivu e la squadra, perché anche se ci sono 7 punti di distacco dal Milan, bastano tre pareggi per avere i rossoneri ad un passo. Un Inter senza Lautaro, Calghanoglu, il vero Dumfries, questo Barella e questo Thuram, se rientra, non ha tutto quello che serve per battere Atalanta e Fiorentina. Al rientro ci saranno poi Roma e Como ma sono le prime due partite che vanno affrontate con un piglio aggressivo. Quello che non si vede da qualche tempo.
L’Inter ha un calcio piacevole ma pedissequo, metodico, organico, privo di invenzioni, iniziative personali e con una prerogativa che delega al solo ordine delle giocate l’elemento di maggior personalità.
Quando la squadra deve dimostrare qualcosa nel Campionato ed affronta avversari di livello, tende ad avere un approccio morbido, come se ogni partita fosse uguale all’altra. Quando affronta avversari più forti (Manchester City, Bayern, Barcellona) l’Inter attiva un meccanismo istintivo di orgoglio.
Non essendoci leader o fuoriclasse, quando la macchina subisce un colpo (il gol), le espressioni dei giocatori tendono al frastornamento e non rimontano praticamente mai.
E’ un dato di fatto.
Se nell’ambiente si respira paura si otterrà il panico. Serve convinzione, fame e non quella rassegnazione vista a più riprese, quell’aria spaurita dopo il gol.
L’Inter ha attaccato tutto il secondo tempo, quindi non ha un problema fisico. E’ un tema tattico, mentale e collegato a caratteristiche di giocatori funzionali, che non hanno capacità di astrazione dai principi collettivi. Per questo vanno incoraggiati, esaltati, caricati. Da soli non ce la fanno. C’è bisogno di un Chivu cattivo, di una società ancora più presente e un pubblico che non molli e spinga. Battere l’Atalanta è imperativo, altrimenti il problema sarà serio.

Il secondo punto che da origine al titolo è l’aria che tira. Le prime pagine dei quotidiani di ieri sono emblematiche. L’Inter ha giocato male, indubitabilmente ma il Milan, a parte i dieci minuti ottimi dopo il gol segnato, ha fatto una partita passiva, di rimessa. Intelligente forse. Accorta ma non certo “da sogno”.
La società, con scorno dei tifosi, ha un profilo irrimediabilmente basso. Se i due episodi accaduti nel finale fossero avvenuti a parte inverse avremmo pagine dei giornali che parlerebbero più delle polemiche arbitrali di quanto non sia la vittoria.
Nei dibattiti televisivi i rossoneri sono stati incensati come se avessero dominato la partita e agli episodi sono stati contrapposti dei giudizi pallidi, dubitativi ma privi di quell’indignazione che i meccanismi giornalistici antepongono ormai strutturalmente al risultato.
L’Inter che perde e riapre il Campionato è una bellissima notizia che conviene a tutto il sistema calcio. Riaccende interesse, rimette tutto in discussione e porta persino una tabella scudetto, che per i rossoneri è alla portata, grazie all’eventuale compiacenza dei giocatori nerazzurri.
Quello che sconcerta è la spregiudicatezza nell’aver liquidato il rigore fischiato a Bisseck in Inter-Lazio della scorsa stagione come inevitabile, insieme ad un inviperito pubblico nerazzurro che scelse il tedesco e non l’arbitro o il regolamento come obiettivo dello sfogo.

Qui invece non si è andati nemmeno a ricontrollare al Var, non c’è traccia di una polemica partita dal club e non c’è nemmeno una pallida indignazione degli opinionisti, la stessa mostrata quando le vittime sono altre squadre.
Forse pensiamo che non ci sia attinenza, ma c’è un movimento d’opinione che lavora ai fianchi il fragile e manipolabile pubblico anti interista, per radicare la menzogna della Marotta League usando i sotto traccia e accuse plateali. Non ci si accorge di quanto odio verso l’Inter venga nutrito attraverso canali social, gruppi che raccolgono migliaia di follower imbevuti di disprezzo, e quanto questo si traduca in comportamenti grotteschi come i fischi a Bastoni, pilotati da opinioni cariche di insinuazioni che benedicono quei fischi, come una sacrosanta rivolta verso il “re” dei simulatori.
In questo calcio tossico caratterizzato solo dalle polemiche e da rivendicazioni partigiane, c’è sempre più gente che racconta alla gente quello che vuole sentirsi dire. Quello che disarma è quanto sia facile condizionare l’opinione delle persone, specie se possono sentirsi in diritto di odiare, in nome, ti dicono, di quello che hanno subito loro prima di te. Il disprezzo volgare ha sempre bisogno di un pretesto.