Chivu, scommessa vincente? Eppure a settembre si parlava già di esonero...
Ci sono eredità che pesano più di altre. Non per quello che lasciano in bacheca, ma per ciò che si portano dietro nello spogliatoio: dubbi, rimpianti, ferite ancora aperte. L’Inter dell’estate post-Inzaghi era esattamente questo, una squadra sospesa tra ciò che era stata e ciò che non riusciva più a essere. La finale di Champions League persa 5-0 contro il PSG non era solo una sconfitta, ma una frattura emotiva difficile da ricomporre. E come se non bastasse, il ricordo di uno scudetto sfumato per un solo punto continuava a scavare, silenzioso ma costante. In questo contesto fragile, quasi logorato, è arrivato Cristian Chivu. In tale scenario sospeso tra delusione e sfiducia, la scelta dell’Inter ha fatto storcere più di qualche naso. Giovane, inesperto ad alti livelli, privo di ciò che spesso viene considerata condizione necessaria per guidare una grande squadra. Eppure, proprio in quella diffidenza diffusa si nascondeva il primo vantaggio del tecnico romeno. Nessuno si aspettava davvero qualcosa da lui.
Chivu aveva ereditato una squadra stanca, più nella testa che nelle gambe. I fantasmi della finale di Monaco aleggiavano ancora nello spogliatoio, così come il rimpianto per il tricolore. Un gruppo nervoso, fragile, attraversato da dubbi profondi. Era necessario, prima ancora che lavorare sul campo, ricostruire una mentalità. E lui lo ha fatto nel modo più silenzioso possibile. Niente proclami, niente rivoluzioni appariscenti. Solo lavoro. Quotidiano, metodico, quasi ostinato. Ha rimesso ordine, ha ridato gerarchie, ma soprattutto ha restituito fiducia a giocatori che sembravano averla smarrita. Ha scelto di parlare poco e ascoltare molto, di osservare prima di intervenire. Non sono mancati i momenti difficili. Anzi, sono arrivati subito. Quel 4-3 in casa della Juventus, a inizio stagione, aveva già riaperto il processo mediatico. Si parlava di un allenatore non all’altezza, di una scelta societaria azzardata, di un progetto destinato a naufragare prima ancora di prendere forma. Le voci di un possibile esonero erano premature quanto indicative del clima che circondava la squadra.
Ma è proprio lì che si misura la statura di un allenatore. Non nei momenti in cui tutto funziona, ma quando tutto sembra crollare. Chivu non ha perso la rotta. Ha continuato per la sua strada, ignorando il rumore esterno e concentrandosi su ciò che poteva controllare: il lavoro quotidiano.
Col passare delle settimane, qualcosa ha iniziato a cambiare. Non solo nei risultati, ma nell’atteggiamento. L’Inter ha ritrovato compattezza, equilibrio, ma soprattutto identità. Non è diventata una squadra perfetta, ma è tornata a essere una squadra vera. E nel calcio moderno, spesso, è già abbastanza per fare la differenza. Oggi il quadro è completamente diverso. L’Inter è in testa alla classifica di Serie A e ha conquistato una finale di Coppa Italia. Traguardi che, solo pochi mesi fa, sembravano fuori portata. E improvvisamente, quei dubbi iniziali si sono trasformati in domande diverse: come ha fatto? Qual è il segreto?
La risposta, forse, è meno romantica di quanto si possa pensare. Non ci sono formule magiche, né intuizioni geniali improvvise. C’è coerenza. C’è pazienza. C’è la capacità, sempre più rara, di non farsi travolgere dall’ansia del risultato immediato. Chivu ha dimostrato che si può crescere anche senza scorciatoie, che si può guidare un grande club senza bisogno di essere già consacrati. Ha ribaltato la narrativa che vede l’esperienza come unico parametro di credibilità. E lo ha fatto nel modo più difficile, convincendo sul campo.
Oggi, paradossalmente, sono in molti ad avere qualcosa da imparare da lui. Anche i cosiddetti “big” della panchina. Perché in un calcio sempre più isterico, dove tutto viene giudicato nel giro di novanta minuti, la sua storia rappresenta un’eccezione preziosa.
Non è ancora tempo di bilanci definitivi, naturalmente, ma una cosa è già chiara: Cristian Chivu non è più una scommessa. È una realtà. E forse, senza fare rumore, sta insegnando a tutti che a volte il futuro arriva proprio quando nessuno lo sta guardando.
Testata giornalistica Aut.Trib.di Milano n.160 del 27/07/2021
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