Ausilio: "Mercato Inter di continuità, cerchiamo di tenere i migliori. Al posto di Dumfries uno altrettanto forte, magari..."

Ausilio: "Mercato Inter di continuità, cerchiamo di tenere i migliori. Al posto di Dumfries uno altrettanto forte, magari..."TUTTOmercatoWEB.com
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di Marco Lavatelli

Il direttore sportivo dell'Inter Piero Ausilio è intervenuto al podcast di Alessandro Cattelan "Supernova" per parlare del mercato del club nerazzurro: "Dumfries? Con lui c'è un rapporto molto sincero e onesto. Già dall'ultimo rinnovo aveva manifestato la voglia di cambiare e provare a fare una nuova esperienza. Aveva ottenuto da noi una situazione unica: una clausola d'uscita, che l'anno scorso non è stata esercitata anche se per lui poteva essere l'anno giusto per andare. Alla fine è rimasto, al di là dell'infortunio quando è stato a disposizione ha dato il suo contributo. Adesso è arrivata questa bella opportunità del Real Madrid".

Mercato per fare il solco?

"Per i nostri competitor si parla d'Italia, ma noi guardiamo fuori. E' un mercato difficile se pensiamo alle possibilità di investimento delle inglesi, le due spagnole, il Bayern. In Italia si equivalgono le forze. Il mercato sarà fatto dando continuità: i giocatori migliori cerchiamo sempre di tenerli, Dumfries sarà sostituito da un giocatore altrettanto importante, forte, magari più giovane. Poi cercheremo di tenere i migliori calciatori per continuare il percorso iniziato da 6-7 anni. Per noi è importante essere sempre competitivi, che ogni anno l'Inter possa provare a vincere Scudetto e arrivare in fondo in Coppa Italia e fare un percorso importante in Champions. La competitività è quella che vogliamo garantire a noi stessi e ai tifosi".

Sul calcio italiano

"Qualche anno fa si potevano prendere calciatori stranieri o italiani che aveva avuto per almeno 2 anni la residenza all'estero con uno sgravo fiscale. In quel periodo ci sono stati dei vantaggi di cui abbiamo beneficiato anche noi. Oggi non si può più utilizzarla, bisogna puntare su altre cose. Bisogna cominciare a ragionare come sistema, si guarda troppo spesso al beneficio personale di ogni club. Servirebbe mettersi tutti insieme. E' questo il vero problema: non si ragiona da sistema. Un campionato a 18 squadre consentirebbe di avere un mese per la nazionale, per gli stage, per far riposare una settimana in più i giocatori. Ma vedo che si fa fatica. Si possono fare tante cose, anche incentivare l'utilizzo di qualche giovane in più".

Sul calciomercato 

"Preferiremmo poter lavorare in modo un po' più tranquillo. Ma ci rendiamo conto che c'è competitività tra i media. Io cerco di essere un professionista serio con tutti, anche coi giornalisti: se hanno la notizia vera, e non è il momento di farla uscire, tuttalpiù chiedo di aspettare. Magari faccio anche i complimenti per averla scoperta. Il rapporto è importante. Spesso da una notizia, quasi sempre quelle sbagliate, ti tocca dover giustificare quello che è uscito a tutti gli altri. Da una notizia di trovi a dover rispondere ad altri 20 che hanno paura di stare indietro".

Come decide il valore di mercato di un giocatore?

"Ci sono dei parametri oggettivi che sono sicuramente l'età, la durata del contratto e ovviamente le prestazioni del giocatore danno un'idea oggettiva di quella che è la valutazione. Poi ci sono delle variabili più soggettive che dipendono dal momento, che è la domanda. Come in tutti gli altri business. Se hai un giocatore che metti sul mercato e ci sono cinque o sei squadre che lo richiedono, è normale che puoi permetterti di fare un'asta o comunque di giocare un po' sul prezzo. Quando il giocatore invece è un di più per te e stai cercando di collocarlo sul mercato, e la domanda è quella che è, allora si fa più fatica e probabilmente anche il prezzo non è quello che avevi in testa. Si cerca di sfruttare le situazioni, i momenti e anche il tipo di mercato. Oggi vendere in Inghilterra è sicuramente più redditizio che vendere in un altro Paese. Per due-tre anni sicuramente anche l'Arabia Saudita, se avevi la fortuna di ricevere una chiamata da un club arabo per un tuo giocatore, i margini di guadagno erano sicuramente superiori. Quello che manca a noi è anche un mercato interno di un certo valore. Si fa fatica a vendersi e a comprare giocatori fra noi. Quante operazioni ricordi fra Inter, Juve e Milan negli ultimi quattro-cinque anni? Pochissime. Si approfitta magari di qualche situazione di un giocatore in scadenza, come è successo a noi con Calhanoglu. Però è difficile pensare che Inter, Juve, Napoli, Milan o Roma riescano a fare mercato fra di loro. Quando succede è veramente raro. Si tende a vendere fuori.

Barella quanto vale?

"Molto facile: non è sul mercato, quindi non ha un prezzo. A 500 milioni lo vendo? Anche qualcosa meno... e una buona parte la daremmo anche a Barella probabilmente".

Sul Mondiale

"Io del Mondiale o dell'Europeo ho veramente paura. Pensavo giusto l'altro giorno se mandare o non mandare qualche scout, se fare un giro. Poi magari lo devi fare perché è giusto esserci. Però prendi tante fregature: il mese dell'exploit, il mese della vita di un calciatore, può capitare ed è capitato. Ricordo giocatori che hanno fatto vedere cose pazzesche, che poi sono stati trasferiti anche in società importanti e poi sono spariti oppure non hanno mantenuto le aspettative che avevano dato al Mondiale. Il giocatore forte che arriva al Mondiale è già forte, già con le sue qualità, con le sue caratteristiche. L'eccezione c'è e ci sarà sempre, ma è più facile trovare fregature. A maggior ragione in questo tipo di Mondiale, giocato a temperature particolari, viaggiando tantissimo. È facile che qualche giocatore di altissimo livello renda meno e faccia l'exploit qualcuno che magari non è all'altezza di quello che ha fatto vedere in quella manifestazione".

Quanti scout avete?

"Noi lavoriamo in un modo assolutamente completo: non abbiamo scout che guardano solo video e scout che guardano solo dal vivo. Per la prima squadra, abbiamo un capo osservatori che si relaziona con me praticamente quotidianamente. Abbiamo cinque scout, tutti italiani. Qualcuno vive in Lombardia, qualcuno fuori. L'organizzazione del lavoro che gli fa il capo scout è semplice: gli vengono divisi i paesi più importanti, cercando di coprire un po' tutto ciò che il mercato offre. Su Europa e Sud America, lavoriamo poco con Oriente e Africa perché esistono anche delle difficoltà di tesseramento. Direi che copriamo tutta l'Italia, tutta l'Europa e quasi tutto il Sud America. Dividiamo i Paesi per scout: quasi tutti hanno tre o quattro Paesi da seguire a video tutte le settimane. Sia la Serie A che la Serie B. Sono full time per l'Inter. Alla fine della settimana devono aver completato a video quello che quel Paese o quel campionato ha offerto. E in più vengono mandati in giro a vedere le partite dal vivo. Sono le stesse persone. Vengono seguite Champions, Europa League e Conference e i campionati. Confrontiamo le informazioni e cerchiamo di avere un numero di calciatori da attenzionare. Un grandissimo lavoro di base viene scremato e nelle riunioni che facciamo io e il capo scout arrivano i migliori 3-4 per ruolo e cominciamo a lavorare in modo più specifico".

Tu quel percorso l'hai fatto?

"Ho avuto un percorso particolare, penso unico. Ho smesso molto presto per un infortunio al ginocchio, a diciotto anni, non avevo nemmeno cominciato la carriera. Però ho avuto la fortuna di iniziare subito a lavorare proprio nella Pro Sesto, nel settore giovanile. Mi occupavo un po' di tutto da subito. Facevo selezione, facevo mercato col presidente, volevo stare sul campo. Lì pensavo di fare l'allenatore, il presidente di allora, Giuseppe Peduzzi, mi obbligò a fare un percorso più manageriale. Mi ritrovai poi nel 1998 all'Inter. Inizio come segretario del settore giovanile. Anche quello era un lavoro che non mi piaceva molto, ma ho utilizzato la possibilità per entrare. Piano piano ho fatto un percorso. Quando mi hanno dato l'opportunità sono diventato responsabile del settore giovanile. Poi, per tanti anni, sono stato il secondo del direttore sportivo, Marco Branca. Il direttore sportivo era lui, io ero il suo secondo. Non avendo la responsabilità diretta della squadra avevo la possibilità di girare e viaggiavo tantissimo: Sud America, Europa, Italia. Ho costruito tutto quelle conoscenze, di agenti e di persone che ancora oggi utilizzo quando devo chiedere informazioni sui calciatori.

Quando volete prendere un giocatore, il tuo lavoro è anche convincere la famiglia, la madre, le mogli?

"Assolutamente sì. Sulle mogli mi è venuta in mente una trattativa lunghissima con un ex capitano dell'Inter. Oggi le famiglie sono sempre più coinvolte nella gestione professionale dei calciatori, purtroppo. Dico purtroppo perché secondo me un genitore, un familiare, una moglie, un fratello deve curare un po' di più l'aspetto educativo e la crescita del ragazzo, oppure l'extra campo nel caso di un giocatore già formato. Per quanto riguarda il rapporto contrattuale e professionale, io penso che ci si debba affidare a professionisti. Oggi sempre di più vediamo procuratori e professionisti che vengono cambiati con troppa continuità. C'è una mobilità eccessiva nei rapporti tra calciatori e agenti forse eccessiva. A volte si fa fatica a trovare dei riferimenti perché cambiano ogni sei mesi".

Su Icardi

"Ho anche un ricordo anche simpatico di Wanda. È stata un po' una precorritrice di quello che succede oggi, perché è stata la prima moglie-agente. Poi in realtà si affidò anche a professionisti, perché ovviamente da sola non poteva fare nulla. però abbiamo preso atto di questa novità".

Come hai gestito Icardi, Lukaku, Ibra?

"Ibra poco. L'ho conosciuto meglio dopo perché in quegli anni ero ancora più impegnato nel settore giovanile. L'ho praticamente sfiorato. Io concretamente ho iniziato con la prima squadra a tempo pieno nel 2009-2010. La mia prima partita al seguito della prima squadra fu la famosa partita di Kiev. Da allora le ho viste tutte".