Quale Inter la più forte?
Piccolo gioco estivo.
L’Inter sta per rimodellarsi intorno a un nuovo scheletro, un progetto che mescola gioventù, scommesse e qualche nome altisonante. Addii dolorosi e innesti freschi: un’operazione che, sa di futuro, ma che solleva un interrogativo spontaneo: questa nuova Inter sarà davvero più forte di quella appena archiviata?
Proviamo a immaginare il quadro: tra i pali se ne va Sommer. La difesa perde due colonne come Acerbi e Darmian, pilastri invecchiati, che nell’ultima stagione hanno giocato poco.
A centrocampo saluta Davide Frattesi, talento inespresso lungo tutto il percorso. Al loro posto, i nomi caldi sono quelli di Solet in retroguardia, un centrale francese di potenza e tempismo, ma dal fisico fragile e dal curriculum ancora discontinuo. Sulla corsia destra, al posto del potente ma discontinuo Denzel Dumfries, spunta (forse) il giovane Palestra: classe, dribbling e spinta, ma un’incognita in termini di tenuta sui novanta minuti ad altissimo livello. In mezzo al campo, il colpo che stuzzica la fantasia: Curtis Jones, dal Liverpool, tecnica, inserimento e personalità, affiancato da un certo Stankovic, il cui nome, più che da regista, suona da leader carismatico, quasi a evocare un’eredità spirituale.
Ecco l’undici tipo che ne potrebbe scaturire: in porta Martinez, con Provedel pronto a subentrare, in difesa, una linea a a tre con Solet a fianco di Bastoni e Bisseck. A centrocampo, il duo Barella-Curtis Jones supportato da Stankovic e dall’esterno Palestra (o Ndoye). Davanti, la coppia Lautaro-Thuram.
Questa Inter, solo per gioco, dicevo, dove si collocherebbe virtualmente?
La prima Inter di Antonio Conte rappresenta il fondamento. Quella squadra, costruita per spezzare l'egemonia juventina, si distingueva per una solidità difensiva impressionante e una meccanica di gioco quasi militare. Il 3-5-2 era applicato con rigidità, quasi come un automatismo, ma la cifra tattica era chiara: possesso palla finalizzato a controllare il gioco e ripartenze fulminee. La coppia Lukaku-Lautaro era devastante in transizione, capace di fare la differenza con fisicità e velocità. Il principale limite, in una valutazione oggettiva, rimane il contesto atipico di quella stagione, giocata in larga parte senza pubblico, un fattore che ha inevitabilmente compresso il valore emotivo e forse anche la pressione agonistica di certe partite.
Con Simone Inzaghi l'Inter ha fatto un salto di qualità sotto il profilo del gioco espresso. La stessa ossatura tattica veniva interpretata con maggiore fluidità e libertà di manovra. L'inserimento di Calhanoglu come regista e la definitiva esplosione di Dimarco sulla fascia hanno reso la manovra meno prevedibile rispetto alla gestione precedente.
La squadra del 2023-24, quella del ventesimo scudetto, ha giocato probabilmente il miglior calcio del ciclo, alternando momenti di grande possesso a una capacità di verticalizzazione che la rendeva pericolosa in ogni zona del campo. Era una macchina più raffinata rispetto a quella di Conte, capace di soffrire meno e di dominare le partite con maggiore costanza.
L'Inter guidata da Cristian Chivu, campione in carica, rappresenta una sintesi interessante. Pur mantenendo il modulo base, la squadra ha acquisito una maggiore intensità e una spiccata propensione alla ri-aggressione immediata. I dati parlano di una media di recuperi più alta e di una pressione che si allarga su tutto il campo, con un'aggressività che a tratti ricorda le migliori qualità delle prime versioni della squadra, ma con una gestione del pallone più rapida. Il rischio calcolato di questa impostazione, però, ha talvolta esposto la difesa, e qui entrano in gioco i singoli.
Nel valutare le diverse annate, è necessario considerare l'evoluzione individuale. L'affermazione di Akanji al centro è stato un investimento tattico che ha spostato gli equilibri, indicando un cambio di passo nella costruzione della squadra.
Provare a stilare una graduatoria che comprenda tutte le stagioni dal 2019-20 a oggi è un esercizio complesso ma anche divertente, ed è possibile tracciare alcune gerarchie in base al peso specifico del gioco espresso e alla qualità della rosa nel suo complesso.
Al primo posto si colloca l'Inter 2023-24 di Inzaghi. Per qualità del gioco, dominio e completezza della rosa, rappresenta il picco. Era una squadra che sapeva fare la partita in ogni modo, con pochi punti deboli e una capacità di gestione del possesso che la rendeva superiore a tutte le altre versioni.
Al secondo posto si piazza l'Inter di Chivu, quella attuale. Ha ritrovato un'intensità e una verticalità che la rendono molto pericolosa, ma deve ancora dimostrare di poter replicare il dominio assoluto mostrato due anni fa. Il salto in qualità c'è, ma le incertezze difensive e un portiere in leggero calo la pongono un gradino sotto rispetto al miglior Inzaghi.
Al terzo posto troviamo l'Inter 2020-21 di Conte. Pur essendo stata la prima a spezzare l'incantesimo e a costruire le fondamenta del ciclo vincente, per qualità di gioco e capacità di esprimere un calcio propositivo risulta la meno brillante. Era più una macchina da guerra che da spettacolo, efficace ma meno fluida.
Al quarto posto si posiziona l'Inter 2021-22, sempre allenata da Inzaghi ma al suo primo anno sulla panchina nerazzurra. Quella squadra, pur vincendo la Coppa Italia e la Supercoppa, perse lo scudetto all'ultima giornata e mostrò alcune ingenuità tipiche di un cantiere ancora in fase di rodaggio. Il gioco era già gradevole ma mancava la solidità e la sicurezza che sarebbero arrivate l'anno successivo.
Al quinto posto l'Inter 2022-23. Una stagione particolare, caratterizzata dal percorso in Champions League fino alla finale di Istanbul, ma condizionata da un rendimento altalenante in campionato. Il quarto posto finale e i diciassette punti di distacco dal Napoli capolista raccontano di una squadra che alternava momenti di grande lucidità a blackout preoccupanti.
Al sesto posto l'Inter 2019-20 di Conte. La prima stagione del tecnico salentino fu una sorta di anno zero: la squadra arrivò seconda in campionato e perse la finale di Europa League, mostrando i primi segnali di crescita ma anche molte incertezze. Il gioco era ancora grezzo, la rosa non era stata completamente plasmata e mancava quella cattiveria che sarebbe emersa solo nella stagione successiva.
In conclusione, l'Inter si è evoluta, mantenendo la propria identità tattica ma cambiando pelle sotto la guida di tre allenatori diversi. La versione più forte resta forse quella dell'ultimo scudetto di Inzaghi, ma la squadra di Chivu ha tutte le carte in regola per superarla, a patto di limare alcuni difetti e consolidare i nuovi equilibri. Il tempo dirà se questa classifica potrà essere rivista, magari già al termine della stagione in corso

