Frattesi a Rivista Undici: "Avevo scelto l'Inter da tempo. Il suo modo di giocare è ideale per me"
Davide Frattesi è l'uomo-copertina del numero di gennaio di Rivista Undici, che lo intervista e parte dai giorni frenetici del calciomercato: "Mi volevano in tanti, ma io avevo già deciso. Ero tranquillo, sicuro della mia scelta. L'Inter è stata la decisione migliore che potessi prendere. Ho trovato un bel gruppo, sin da subito, che è qualcosa che aiuta molto. E poi chiaramente il modo di giocare dell’Inter è stato un motivo importante nel decidere di venire qui. Due punte davanti, le mezzali che si buttano negli spazi, tutto questo valorizza il mio ruolo.
"Sono uno ambizioso - spiega Frattesi -. Provo sempre a migliorarmi, a confrontarmi con gente più forte. La convinzione di voler arrivare qui all’Inter, di rimanerci, è talmente grande che mi porta a raggiungere quello che è il livello di questa squadra. Sicuramente, in questi primi mesi, mi sento cresciuto. Giocare a San Siro ti mette pressione, ti responsabilizza. Ti fa diventare più consapevole delle tue qualità e del contributo che puoi dare in campo. Adesso il mio obiettivo è quello di aggiungere qualche altro gol e qualche altro assist per poter dire di essere arrivato al cento per cento. L'esultanza nel derby? Difficile contenersi… Un derby vinto così, troppo bello".
L'arrivo all'Inter ha cambiato i pensieri di Frattesi, che non aveva nascosto di vedersi in futuro in Premier League: "In passato avevo certe squadre in cui sognavo di giocare, certi campionati con cui desideravo misurarmi… Prima di arrivare all’Inter esistevano questi pensieri, ma ora non più. Non mi aspettavo di trovarmi così bene qui, in campo e fuori dal campo. Il gruppo è straordinario, i tifosi spettacolari. E i risultati stanno arrivando, le cose stanno andando benissimo. In allenamento ogni giorno posso avere due grandi esempi come Barella e Mkhitaryan. A Miki ruberei la gestione della palla, sotto quel punto di vista è veramente forte-forte-forte. Poi ha esperienza, lavora tantissimo, ha giocato per quindici anni a livelli importantissimi. È uno da cui prendere spunto per arrivare al top".
Si passa poi alla lotta-scudetto: "Siamo i più forti? Si vedrà a maggio. Sicuramente quest’anno non vedo una squadra che ammazza il campionato, come ha fatto il Napoli lo scorso anno. Ci sono tre-quattro squadre che si equivalgono, che sono lì a giocarsela. Poi, certamente, anche la profondità di rosa ha la sua importanza. La Nazionale? Spalletti valorizza le mezzali, perciò è perfetto per me, per cercare di esprimermi al cento per cento. Il suo arrivo ha dato una ventata d’aria fresca, ha portato delle idee e dei metodi diversi. Adesso c’è molto entusiasmo, stiamo cercando di ricreare quel tipo di gioco e di gruppo che ha portato l’Italia a vincere gli Europei due anni fa. Poi sta a noi essere bravi a mettere in pratica il credo di Spalletti e ottenere risultati".
Frattesi è una mezzala d'assalto, un ruolo che deriva forse dal suo passato da attaccante, svelato dallo stesso giocatore: "Mi trovavo bene vicino alla porta. Ma attorno ai 13 anni Franceschini (che lo allenava nelle giovanili della Lazio, nda) mi spostò indietro, a centrocampo. Io mi arrabbiai: voglio fare l’attaccante, voglio segnare, gli dissi. Ma lui voleva che facessi la mezzala: se lo fai, se riesci a capire questo ruolo, puoi arrivare a livelli importanti, era la sua convinzione. Ma non mi convinse per niente, io sono abbastanza capoccione. Per un mesetto continuammo a litigare, tra virgolette: lui mi schierava mezzala, ma in realtà io andavo in attacco. Non è stato facile, però è stata la scelta che mi ha cambiato la carriera. E ora non posso che ringraziarlo".
In seguito, il centrocampista parla del suo carattere e della sua famiglia: "Nel calcio faccio uno switch e divento ipercompetitivo. È una cosa che mi dà una spinta in più. Anche se a volte sono poco paziente: per esempio due anni fa, quando volevo andare via dal Sassuolo. Probabilmente non era ancora il momento, sono stati bravi Carnevali e il mio procuratore a convincermi a restare. È stata la scelta giusta, e infatti la grande stagione dell’anno successivo è stata una conseguenza naturale. Il mio segreto? Penso che a fare la differenza è chi ti sta intorno. Puoi essere bravo quanto vuoi, ma senza qualcuno che ti mostra la direzione giusta diventa difficile. Nel mio caso ha contato tanto la famiglia.
I miei genitori hanno tracciato una strada, poi sta a me essere bravo a percorrerla. Ancora oggi è così. Mia madre viene a Milano praticamente tutte le settimane. È un po’ la “rompipalle” di casa. Magari sono con la mia ragazza, ci divertiamo molto con i giochi da tavola, tipo il Monopoli, e capita di fare tardi. Lei dice: è tardi, devi andare a letto, domani hai l’allenamento. Può sembrare una stupidaggine, ma sono cose importanti. Mio padre invece riesce a venire un po’ meno. Io gli ho chiesto di smettere di lavorare, ma lui non vuole. Sono una persona davvero tranquilla. Mi metto sul divano, gioco, ogni tanto esco, magari mi diverto con le escape room. Non guardo nemmeno calcio in tv, mi annoio. Noi calciatori siamo ragazzi normalissimi: non vedo cosa ci sia tanto di speciale fuori dal campo. Va bene, ci sono quei novanta minuti in cui sei al centro dell’attenzione, ma fuori basta, non c’è niente di straordinario".
In chiusura, il nodo dei social: "Mi verrebbe da rispondere a tutti, e farlo a tono. Ma mi mordo la lingua e non lo faccio. Purtroppo viviamo in un mondo in cui la gente, dietro uno schermo, crede di avere il diritto di scrivere quello che vuole. E le persone non si rendono conto che noi calciatori quei commenti ce li leggiamo, e quando diventano venti, cento, mille, diventa pesante. A me non interessa niente, cerco di farmi scivolare tutto. Ma magari c’è qualcun altro che invece ci pensa e ci ripensa, e poi può starci male. Si parla pochissimo del benessere dei calciatori. Ma io sono tranquillo. Sto bene così".

