Perché l’Inter segna meno di quello che meriterebbe

Perché l’Inter segna meno di quello che meriterebbeTUTTOmercatoWEB.com
Oggi alle 00:00Editoriale
di Lapo De Carlo

L’Inter del primo tempo di Cagliari ha dato un’impressione straordinaria. Si aveva la sensazione di trovarsi di fronte ad una squadra collaudata, serena e incredibilmente forte in ogni reparto.
Nel primo tempo era la stessa squadra dell’anno scorso, con l’eccezione di Martinez in porta al posto di Sommer. I passaggi erano fluidi, la manovra avvolgente, i meccanismi già oliati.
Eppure ha chiuso la partita difendendo faticosamente il vantaggio trovato nella prima parte grazie al capolavoro di Calhanoglu.



Le ragioni sono tre.

La prima deriva da un problema strutturale di un modulo, il 3 5 2, che è il punto di forza e, allo stesso tempo, fallibilità realizzativa. Fin da quando Antonio Conte si è insediato sulla panchina il lamento di tecnico e tifosi era dedicato allo spreco di un enorme numero di azioni che, secondo la vulgata, avevano palloni che dovevano solo essere spinti dentro.
Il fatto si è ripetuto con Simone Inzaghi e ora con Christian Chivu.
Questo modulo, se ben interpretato come accade all’Inter, permette di avere la supremazia del centrocampo e il controllo del ritmo di gioco. Allo stesso tempo le squadre meno forti tecnicamente rinunciano all’iniziativa, si chiudono nella propria area, intasano gli spazi e danno pochissimo tempo per battere a rete. Anche con il Cagliari la squadra è andata vicino al gol ma senza sbagliare gol già fatti.
Caprile ha difeso bene la porta e la velocità delle azioni ha portato l’esecutore di turno ad avere una frazione di secondo per assestare il tiro, mirare al meglio e regolare la forza. Lo stesso gol di Calhanoglu aveva un coefficiente di difficoltà tale da non poter immaginare che lo stesso tiro gli potesse riuscire dieci volte su dieci.
La seconda ragione dipende dalla tipologia di giocatori. Anche qui c’è un paradosso. La capacità di palleggio dei giocatori nerazzurri è quella che consente di mantenere la qualità e tenere il pallino del gioco in mano. Allo stesso tempo nessun centrocampista in questi anni, ad eccezione di Calhanoglu, ha avuto continuità nel tiro dalla distanza o nella giocata individuale.
Zielinski a volte, Barella altre (a proposito, domenica sera in grande forma e con giocate straordinarie come non si vedevano da tempo). Le caratteristiche dei giocatori sono quelle e non si può prescindere da quelle per una formulazione così avanzata di un gioco che si è emancipato anno dopo anno fino a diventare una corazzata.
La terza ha una ragione squisitamente fisica. Per fare un esempio Lauttaro e Thuram fuori forma e tornati più tardi degli altri. Ho letto di tifosi indispettiti col francese perché non comprendevano come potesse avere una forma tanto scadente pur non essendo mai stato impiegato al mondiale. Thuram non è stato utilizzato per fastidi fisici, su tutti il problema al polpaccio che lo ha costretto ad un lungo lavoro differenziato.
La quarta e ultima ragione proviene dal mancato impiego in questi anni di un altro modulo. Il 3 5 2 è stato e resterà a lungo lo schema di riferimento, a prescindere dai principi di gioco di cui Chivu ha parlato fin dall’inizio della scorsa stagione.  Per principi Chivu intende l’ampiezza, profondità, la ricerca della superiorità numerica o posizionale, le palle recuperate ecc..
L’arrivo di Curtis Jones permetterà di variare il modulo ed essere più imprevedibili.
A questo proposito il tocco e la sicurezza dell’inglese sono stati già notevoli. Il suo tasso tecnico ha rassicurato nei pochi minuti a disposizione. Ora non resta che provare cose nuove con giocatori che hanno caratteristiche tali da poter osare senza rischiare troppo.
Un’ultima annotazione va riservata ai fischi del pubblico cagliaritano nei confronti di Barella: una contestazione stucchevole e priva di logica. Sebbene le modalità del suo trasferimento all'Inter siano state ampiamente chiarite, ed escludano categoricamente l'ipotesi di un "tradimento", la ferita sembra tuttora aperta.
Anzi, a distanza di anni, il distacco appare digerito peggio oggi che in passato. Se nelle scorse stagioni si era trattato di semplici manifestazioni di dissenso, quest'anno l'ostilità ha toccato vette inedite, quasi a confermare una deriva del tifo moderno: l'impressione, ormai, è che per una parte del pubblico lo spettacolo non sia completo senza un nemico da fustigare.