Melgrati: "Il mio idolo era Julio Cesar, gioia e istinto quando giocava e una calma contagiosa nei momenti più difficili"
"Mi considero un portiere completo, moderno. Forte con i piedi, lucido nelle scelte e molto attento alla comunicazione con i compagni. Credo profondamente nel linguaggio positivo: cerco sempre di trasmettere calma, fiducia e presenza, perché il portiere è un riferimento emotivo oltre che tecnico. La mia forza è anche mentale: leggere le situazioni, anticiparle, aiutare il gruppo a restare compatto nei momenti decisivi. Sono cresciuto molto nella gestione emotiva: oggi so riconoscere paure e ansie senza farmi condizionare. Tecnicamente ho fatto un grande salto nella scelta dell’intervento giusto in base a come arriva il pallone. Ho migliorato la gestione delle palle con ostruzione visiva, le prese alte, la spinta diretta rasoterra", così Riccardo Melgrati, portiere dell'Inter Under 23 si è raccontato ai canali ufficiali nerazzurri.
"Il mio idolo era Júlio César. In lui vedevo estro, gioia e istinto quando giocava e una calma contagiosa anche nei momenti più difficili. Il mio posto del cuore è sempre stato il cortile di casa dei miei cugini in Brasile. Un campo da calcio in cemento, caldo, vivo, dove giocavo tutto il giorno con ragazzi di età, culture e lingue diverse. Lì ho imparato a cavarmela, a competere, a voler vincere sempre, adattandomi a tutto. Ho coltivato il sogno di diventare un calciatore attraverso la quotidianità. Allenandomi ogni giorno con la voglia di mettermi in discussione, migliorandomi sognando che il calcio potesse diventare il mio lavoro".
E ancora: "Prima di una partita ho una routine molto strutturata che inizia la sera prima: meditazione, respirazione, prevenzione con esercizi di allungamento e rullaggio che prosegue nel giorno gara. Prima di scendere in campo osservo il terreno di gioco, mi immagino dentro le azioni poi entro in uno stato di concentrazione profonda in vista del fischio d'inizio". La sfida più grande? È stata scendere in campo nei giorni successivi alla morte di mia madre. In quel momento ho dovuto estraniarmi completamente dalla realtà, pensare solo alla palla e all’obiettivo, senza lasciarmi travolgere dal dolore che avevo dentro. È stata una prova estrema di forza mentale in cui ho cercato di sabotare totalmente cosa fosse in quel momento la mia realtà quotidiana, ricercando l'unico momento di felicità della giornata dentro al campo senza dover pensare a tutto ciò che mi aspettava fuori".
Testata giornalistica Aut.Trib.di Milano n.160 del 27/07/2021
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